ELEONORA ABBAGNATO in CARMEN

Balletto in due atti dal racconto di Prosper Merimée. Musica di Georges Bizet.

Coreografia e regia Amedeo Amodio

Adattamento e interventi musicali originali Giuseppe Calì

Scene e costumi Luisa Spinatelli

Produzione Daniele Cipriani Entertainment

 

Danzatori  Eleonora Abbagnato, Michele Satriano, Alexandre Gasse

con  Giorgia Calenda (Micaela), Giacomo Castellana (L’ufficiale), Giovanni Castelli

Virginia Giovannetti, Giacomo Luci, Gloria Malvaso, Marco Marangio

Marta Marigliani, Valerio Marisca, Flavia Morgante, Nicolò Noto

Giovanni Perugini, Susanna Salvi, Flavia Stocchi

 

Amedeo Amodio

“Ah, Carmen! Ma Carmen adorée!”. Sulle ultime note dell’opera si chiude il sipario.

In palcoscenico inizia lo smontaggio delle scene. A poco a poco il personale e quanti altri hanno assistito allo spettacolo da dietro le quinte, vengono catturati dai fantasmi del dramma appena trascorso e man mano, un gesto, una frase, uno sguardo li spinge ad immedesimarsi in ognuno dei personaggi, per puro caso. Sarà, dunque, per puro caso che Don José incontra Carmen, che rappresenterà per lui l’unico momento di vita autentica, intensa, ma anche quello della morte. A questo punto è tutto stabilito, meno il percorso o labirinto dei due destini ormai indissolubilmente legati. Così si potranno creare accostamenti scenici imprevedibili e surreali, ma sempre volti verso un’unica fine. Sarà comunque Carmen, profondamente consapevole dell’ineluttabilità del momento finale, a condurre il gioco trasgressivo ed eversivo, in un impossibile tentativo di sfuggire alla sua sorte. La scena, come la musica, si svuota durante lo svolgimento del racconto, fino a rimanere nel momento finale completamente scarna, desolata ad esprimere la “solitudine tragica e selvaggia” di una donna che cerca di affermare il proprio diritto all’incostanza.

 

Giuseppe Calì

Si dice che nell’attimo della morte tutti i momenti importanti della vita riaffiorino per rendere presente ancora una volta ciò che sta per essere irrimediabilmente perduto; soprattutto le grandi emozioni, i momenti d’amore, ritornano a celebrare se stessi in un ultimo anelito di attaccamento alla vita o a ciò che di essa ha rappresentato l’essenza.

Carmen vive una tragedia, quella di chi non può sopravvivere alle proprie trasgressioni ed anche la musica, a suo tempo, è stata sentita come trasgressiva e forse quasi blasfema; un flusso incontrollabile di sensualità portato nel luogo più borghese e meno trasgressivo della società tardo ottocentesca : il teatro. In questo lavoro di adattamento ho voluto restare il più fedele possibile all’originale di Bizet, mantenendo i brani delle suites già esistenti ed adattando le parti vocali nel modo più conforme possibile alla partitura dell’opera.

Solo alla fine, quando la tragedia diventa nostra, e di qualsiasi epoca, la musica di Bizet ritorna in forma di ricordo, uno sguardo sul passato, ed il dramma della cancellazione si consuma, si racconta e si trasforma nella musica in forma di esalazione progressiva dal suono al silenzio; un abbandono del tempo fino all’immobilità più totale.

 

Luisa Spinatelli

Reggio Emilia e il suo teatro “Valli”, Amedeo Amodio e la sua Carmen, un incontro nel palcoscenico vuoto nel fascino di uno spazio che con i suoi chiaroscuri ha accolto nella sua lunga storia chissà quante Carmen – ma Carmen, poesia, incantesimo, “formula magica” come il significato del suo nome, è ancora una volta presente. Nella nostra visione progettuale questa Carmen doveva poter agire in un rinnovato contesto che ha portato alla scelta dello spazio vuoto, con la sua astratta magia, quale contenitore attivo dell’evento drammatico. Spazio vuoto, filtrato attraverso un diaframma semitrasparente, che ripropone una realtà (il palcoscenico vuoto) solitamente nascosta allo spettatore. Alla visione di questo spazio si arriva attraverso un altro filtro che evoca simbolicamente il rosso del sipario d’opera. Dietro a questo sipario si è appena conclusa la tragica fine di Carmen, si smonta lo spettacolo e si ricompone una nuova situazione che, ricordando le parole di Merimée (“l’energia, anche se spesa in passioni funeste, suscita sempre stupore e una specie di ammirazione involontaria”), consentirà ad Amedeo di esprimere, attraverso forme e colori, l’essenza della sua visione poetica mediante le figurazioni che la danza suggerisce. Il mio apporto alla creazione di questo spettacolo si è, così, circoscritto all’individuazione di fogge per i personaggi che nella modernità del contemporaneo trovassero la loro ragione d’essere. Il supporto scenografico è pertanto affidato all’essenzialità del vuoto che acquista significato solo nelle sequenze dell’azione coreografica.

Photo credit: Alessia Santambrogio